Ci sono unioni nelle quali, almeno all’inizio, l’amore non è la ragione principale della scelta. Possono contare la sicurezza, la posizione sociale, la possibilità di uscire da una vita difficile. Può contare il desiderio di non avere più paura delle bollette, di vivere in una bella casa, di conoscere opportunità che prima sembravano lontane.
Quando penso a queste situazioni, il mio primo sentimento non è la condanna. Non mi scandalizza che una persona desideri stare meglio e che, scegliendo con chi condividere la vita, consideri anche questo. Mi disturba invece ciò che può accadere dopo: volere tutti i vantaggi di quell’unione e vivere la persona con cui li si condivide come un impedimento, qualcuno da ingannare mentre altrove si coltiva la propria vera storia.
È questa la distinzione che vorrei mettere a fuoco. Desiderare una vita migliore è umano. Ridurre un altro essere umano al mezzo con cui ottenerla è un’altra cosa.
Il benessere non è una colpa
Pensiamo facilmente alle coppie del mondo dello sport o dello spettacolo: una persona molto bella, un’altra molto ricca o conosciuta. Ma da una fotografia non possiamo sapere perché due persone si siano scelte. La differenza di reddito, di età o di notorietà non dimostra l’assenza d’amore. Sarebbe ingiusto trasformare ogni coppia diseguale in una storia di calcolo.
Il tema, del resto, non appartiene soltanto ai personaggi famosi e non riguarda soltanto le donne. Chiunque può cercare sicurezza attraverso una relazione; chiunque può approfittare della fiducia altrui. A me interessa il comportamento, non assegnare in anticipo le parti della vittima e del colpevole in base al sesso o al patrimonio.
Non vorrei nemmeno fare poesia sulla povertà. Chi ha conosciuto l’incertezza può attribuire alla stabilità un valore che altri comprendono poco. Desiderare una casa serena, possibilità per i figli o la libertà di non contare ogni spesa non rende una persona meschina. Il punto è come cerca quel bene e quale verità offre alla persona coinvolta nella sua scelta.
Un’unione senza innamoramento può essere sincera
Non credo che tutte le storie debbano cominciare con una passione travolgente. Ci si può scegliere per stima, compagnia, affinità, desiderio di costruire qualcosa insieme. Anche la sicurezza può avere un peso. Un affetto inizialmente quieto può approfondirsi attraverso gli anni e diventare un amore solido.
Per questo non vedo necessariamente qualcosa di male neppure in un’unione scelta soprattutto per interesse, se non si fonda sull’inganno e se entrambi possono comprenderne e accettarne la natura. Non è il modello che tutti desiderano, ma non siamo tutti obbligati a cercare la stessa storia. Ciò che non può mancare è il rispetto della libertà dell’altro di scegliere sapendo abbastanza della relazione che gli viene proposta.
C’è una differenza decisiva fra accettare una vita comune senza essere innamorati e fingere un grande amore per ottenere quella vita. Nel primo caso può esserci un accordo sincero, anche se diverso dalle nostre idee romantiche. Nel secondo si usa un sentimento che non si prova per ottenere la fiducia di chi invece lo prova davvero.
Volere la casa, ma non chi ci vive con noi
Quello che mi ferisce è l’atteggiamento di chi accetta la casa, i viaggi, la tranquillità, le opportunità, ma non vuole riconoscere alcun valore alla persona con cui ha scelto di stare. La cerca quando serve qualcosa; la sopporta quando è presente; la esclude dalla parte più vera della propria vita.
Immagino, per esempio, chi mantiene di nascosto una relazione con un ex mentre promette fedeltà al nuovo compagno. Oppure chi prepara fin dall’inizio il modo di ottenere vantaggi, raccontando una storia d’amore nella quale non ha mai creduto. Non parlo di casi di cui conosco i fatti: parlo del comportamento, quando questo inganno esiste.
In una situazione del genere mi viene in mente la dolorosa immagine di una persona attirata a un amo. Ma chi è stato ingannato non è ridicolo perché si è fidato. Non diventa colpevole perché sperava di essere amato, né meno degno di compassione perché possiede denaro. La sua ricchezza non rende più piccola la sua vulnerabilità.
Ciò che mi fa male non è soltanto l’eventuale perdita economica. È scoprire che, mentre uno stava vivendo una relazione, l’altro stava amministrando un vantaggio. Le stesse giornate, gli stessi gesti, forse le stesse parole: per uno una storia comune, per l’altro una strategia.
Che cosa intendo quando dico: impara ad amare
Quando penso «adesso cerca di amare la persona che hai scelto», non immagino un sentimento da accendere per comando. Penso a una disposizione concreta: smettere di guardare soltanto ciò che si riceve e cominciare a vedere chi abbiamo davanti. Ascoltarne la storia, riconoscerne le fragilità, interessarsi alle sue giornate, desiderare che stia bene anche quando non ne ricaviamo nulla.
Se all’inizio ci ha attratti soprattutto la vita che quella persona poteva offrirci, possiamo almeno non fermarci a quella superficie. Possiamo lasciarci conoscere e provare a conoscerla. Accorgerci della sua generosità, ma anche delle paure che nasconde; condividere una preoccupazione, ricordare qualcosa che le sta a cuore, esserci senza aspettare un regalo.
A volte l’amore cresce così, dalla stima e dalla cura. Altre volte non cresce, e non sarebbe onesto promettere il contrario. Nessuno può fabbricare un sentimento per riconoscenza. Ma tra l’amore che non riusciamo a provare e l’inganno che scegliamo di mantenere c’è uno spazio nel quale restiamo responsabili del nostro comportamento.
La gratitudine non è servitù
Dire grazie, per me, significa non considerare dovuto tutto ciò che abbiamo ricevuto. Significa riconoscere che una persona ha aperto possibilità nella nostra vita, ha condiviso qualcosa, si è fidata. La gratitudine dà un volto al bene ricevuto: ci impedisce di trattarlo come se fosse comparso da solo.
Non significa però che chi offre benessere abbia comprato un compagno. Il denaro non dà diritto a pretendere amore, obbedienza o la rinuncia alla libertà. «Con tutto quello che ho fatto per te» può ricordare un dolore reale, ma non deve diventare una catena. Un dono trasformato in uno strumento di controllo smette di essere generosità.
E la cura deve andare in entrambe le direzioni. Chi possiede di più ha la stessa responsabilità di rispettare, ascoltare ed essere leale. In una vita comune, inoltre, non tutto ciò che si dà compare su un conto: ci sono tempo, presenza, lavoro quotidiano, sostegno. Non vorrei che il partner meno ricco venisse considerato per sempre soltanto il beneficiario della generosità altrui.
La fedeltà non è il prezzo del benessere ricevuto. È il rispetto dell’impegno che abbiamo liberamente assunto. È dovuta alla fiducia, non al patrimonio; vale nelle case grandi e in quelle piccole. Non si deve restare per debito, ma non si dovrebbe mentire per convenienza.
Se l’amore non arriva, resta la responsabilità della verità
Può accadere di aver accettato un’unione con sincerità e di capire, col tempo, che non si riesce a viverla. Può accadere che un affetto si spenga o che il rapporto diventi dannoso. Anche chi ha ricevuto molto conserva il diritto di riconoscere un errore e di andarsene. Non serve restituire ogni beneficio per meritare di nuovo la propria libertà.
Ma andarsene e tradire non sono la stessa scelta. Quando è possibile e sicuro, la lealtà chiede di affrontare il rapporto e dire ciò che sta accadendo, invece di conservarne i vantaggi attraverso una finzione. Non si può pretendere che l’altro continui a scegliere una relazione dalla quale gli nascondiamo proprio la verità che potrebbe fargli cambiare scelta.
Chi subisce minacce, violenza o controllo non ha il dovere di esporsi a un confronto per dimostrare gratitudine: proteggersi viene prima. Questa libertà, però, non è un alibi per l’inganno deliberato di chi non cerca sicurezza da un pericolo, ma soltanto il modo di ottenere tutto senza assumersi responsabilità.
Fare felice qualcuno non è recitare
Nel mio invito a fare felice l’altra persona non c’è il desiderio di una recita ben riuscita. Una falsa tenerezza usata per tenersi i privilegi sarebbe soltanto un inganno più raffinato. Vorrei piuttosto che chi sceglie una vita comune vi portasse qualcosa di vero: gentilezza, attenzione, affidabilità, disponibilità a dare e non soltanto a ricevere.
Non possiamo garantire la felicità di nessuno. Possiamo però scegliere di non umiliarne la fiducia e di non alimentare consapevolmente un’illusione per il nostro tornaconto. Se desideriamo continuare quell’unione, possiamo dedicarci con sincerità al bene della persona con cui stiamo. Se non lo desideriamo più, possiamo cercare il coraggio e il modo rispettoso di riconoscerlo.
La gratitudine che mi interessa si vede anche quando non c’è più nulla da guadagnare. Nel modo in cui parliamo di chi ci ha aiutato, nel rispetto con cui affrontiamo una difficoltà, nella capacità di non cancellare il bene ricevuto soltanto perché oggi vogliamo qualcos’altro.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, desiderate pure una vita migliore. Non vergognatevi di cercare sicurezza e non pensate che l’amore debba essere reso più nobile dalla fatica economica. Ma, quando scegliete una persona, guardatevi dentro con onestà: volete condividere la vita con lei, oppure volete soltanto ciò a cui vi dà accesso?
Se qualcuno vi apre una porta, non dimenticate la persona dopo essere entrati. Conoscetela, rispettatela, provate a volerle bene per ciò che è. E, se siete voi ad aprire quella porta, non pensate di poter trattenere qualcuno chiudendola a chiave: ciò che vale davvero in una relazione deve poter essere donato liberamente.
Una vita migliore dovrebbe renderci più capaci di amare, non più abili ad approfittarne. Desiderate il bene che una persona può portare nella vostra vita, ma non dimenticate mai di volere anche il bene di quella persona.