Spendere da vivi piuttosto che da morti

Il denaro può proteggere il domani, ma non dovrebbe impedirci di abitare l’oggi. Risparmiare ha senso se, insieme al patrimonio, custodiamo anche la vita.

Mi colpiscono le storie di persone delle quali, soltanto dopo la morte, si scopre un patrimonio importante. Avevano la possibilità di concedersi qualcosa, eppure si erano comportate come se non possedessero nulla: rinunce continue, comodità rimandate, desideri respinti prima ancora di domandarsi se fossero sostenibili. Alla fine resta una somma che stupisce gli altri. Mi domando quanta vita avrebbe potuto rendere migliore mentre il suo proprietario era ancora qui.

Una coppia matura sorride sul ponte di una nave: lei posa una mano sul braccio di lui, mentre sullo sfondo si vedono il mare e un borgo costiero.
Il valore del tempo vissutoUn viaggio, un momento condiviso, la libertà di scegliere: il denaro acquista senso quando ci aiuta a vivere, non soltanto quando rimane.

Non conosco le ragioni di ciascuno. Non vorrei scambiare una scelta di semplicità per una vita infelice, né assegnare un nome alle paure degli altri. C’è chi sta bene con poco e non desidera affatto ciò che desidererei io. La mia domanda riguarda un’altra situazione: quando potremmo migliorare la nostra vita, lo vorremmo anche, ma continuiamo a negarci il permesso di farlo.

Il titolo contiene un paradosso: da morti non spendiamo più. A decidere saranno altre persone. Proprio per questo vorrei che il denaro avesse un compito anche prima di diventare un’eredità: servire a chi lo ha guadagnato, risparmiato e custodito, e alle persone con cui quella persona condivide la vita.

Il denaro che resta, la vita che non torna

Un patrimonio può passare di mano. Una domenica trascorsa insieme, un viaggio desiderato, il piacere di abitare una casa più comoda non si trasferiscono nello stesso modo. Chi eredita potrà fare le proprie scelte, ma non potrà restituire a chi è morto le occasioni a cui ha rinunciato. Il conto rimane disponibile; il tempo di quella persona no.

Non penso che lasciare qualcosa ai figli sia un errore. Può essere un gesto d’amore, una sicurezza, il frutto di un progetto condiviso. Il problema, per me, nasce quando la consistenza di ciò che lasceremo diventa la misura con cui giudichiamo ogni decisione di oggi, e qualunque spesa ci sembra una colpa anche quando non mette in pericolo nessuno.

Si può finire per essere molto attenti a non impoverire il patrimonio e poco attenti a non impoverire la vita. Si conserva un oggetto scomodo perché funziona ancora, si rifiuta una partenza perché il denaro è meglio tenerlo, si rimanda una piccola gioia a un futuro nel quale ci sentiremo finalmente autorizzati. Ma chi dovrà darci quell’autorizzazione, se siamo sempre noi a negarla?

Il denaro che non spendiamo resta nostro; il tempo che non viviamo, invece, non si mette da parte. Non è un invito a consumare tutto. È un invito a considerare entrambe le cose quando diciamo di voler conservare qualcosa di prezioso.

«Com’è l’entrata facciamo la spesa»

C’è un detto nel quale mi riconosco: «Donna mia cortese com’è l’entrata facciamo la spesa». Mi piace perché non propone né lo spreco né la rinuncia come virtù assolute. Chiede di guardare la realtà e di proporzionare le nostre scelte a ciò che quella realtà permette.

Se le possibilità sono poche, non ha senso organizzare la propria vita come se fossero molte, contando su entrate immaginarie o sull’idea che in qualche modo si sistemerà tutto. Ma vale anche il ragionamento contrario: se le possibilità crescono, non vedo perché si debba continuare a vivere come se ogni miglioramento fosse proibito.

Per me quel detto non significa spendere tutto ciò che entra. La spesa comprende anche gli impegni, ciò che serve a chi vive con noi, una riserva per il futuro. Una possibilità è reale quando possiamo sostenerla senza trascurare il resto. Il senso della proporzione viene prima dell’acquisto, ma non dovrebbe diventare un pretesto per impedirlo sempre.

L’equilibrio, insomma, non è una cifra uguale per tutti. È un rapporto fra mezzi, responsabilità e desideri. La stessa scelta può essere imprudente in un momento della vita e del tutto ragionevole in un altro. Vorrei che avessimo la libertà di accorgerci anche di questo cambiamento.

Imparare a desiderare ciò che posso permettermi

Io sono nato povero. Poi, nel corso della vita, ho conosciuto gradualmente l’agiatezza. Non ho avvertito il bisogno di inseguire continuamente ciò che era molto lontano dalle mie possibilità: dentro di me si è sviluppato un modo di desiderare legato a ciò che potevo concretamente progettare.

Non lo considero una qualità che mi renda migliore degli altri. È il meccanismo nel quale mi riconosco: quando una possibilità entra davvero nella mia vita, comincio a immaginare che cosa farne. Posso pensare a una crociera, a un viaggio, a cambiare dei mobili o un elettrodomestico. Non devo prima convincermi che tutto questo sia una debolezza da vincere.

Non ogni cosa che potrei comprare mi interessa, e non ogni desiderio deve diventare un acquisto. Però mi piace poter scegliere. Se una spesa è sostenibile e porta un miglioramento concreto, non sento il dovere di privarmene soltanto per vedere una somma più alta sul conto. La soddisfazione, per me, sta anche nel dare una destinazione alla possibilità conquistata.

Non è smettere di avere ambizioni. È evitare che il desiderio diventi una macchina capace soltanto di produrre mancanze. Posso apprezzare ciò che ho, costruire qualcosa di più e, quando ci arrivo, concedermi di goderne. Altrimenti il traguardo si sposta continuamente e ogni risultato serve soltanto a rendere insufficiente quello precedente.

La prudenza ha uno scopo

Capisco il bisogno di sentirsi al sicuro. Aver conosciuto le ristrettezze può lasciare una cautela che non scompare appena le condizioni migliorano. Non basta che una cifra cambi perché cambi nello stesso momento anche il nostro rapporto con essa. Non vorrei deridere quella difficoltà: vorrei domandarmi quando la prudenza ci sta proteggendo e quando, invece, ci sta tenendo fermi.

Mettere da parte per un imprevisto, una necessità futura o una maggiore autonomia ha uno scopo riconoscibile. Significa cercare di non scaricare sugli altri le conseguenze di ogni difficoltà. È diverso dall’accumulare senza riuscire più a indicare a che cosa servirà ciò che accumuliamo, mentre ogni occasione di usarne una parte viene respinta.

Non esiste una somma capace di eliminare tutta l’incertezza della vita. Possiamo prepararci, essere responsabili, non impegnare ciò che ci occorre per vivere. Ma se aspettiamo la garanzia che non avremo mai più bisogno di nulla, il momento di concederci qualcosa rischia di non arrivare.

Risparmiare dovrebbe darci più libertà, non toglierci il permesso di usarla. Mi sembra questa la domanda da conservare: la sicurezza che sto costruendo mi aiuta a vivere, oppure mi permette soltanto di rimandare ancora la vita che vorrei?

Il lusso di poter ancora scegliere

Ci sono cose per le quali non basta che il denaro sia disponibile. Occorrono anche tempo, energie, compagnia, desiderio. Una partenza rimandata non è sempre la stessa partenza soltanto spostata sul calendario. Nel frattempo possono cambiare noi, le persone con cui volevamo partire e il significato che quel viaggio aveva.

Non penso soltanto alle grandi esperienze. Un mobile più adatto può rendere piacevole una stanza nella quale trascorriamo molte ore. Un elettrodomestico può alleggerire una fatica ripetuta ogni giorno. Migliorare la vita non significa necessariamente riempirla di cose: a volte significa liberarla da una scomodità che continuiamo a sopportare senza più domandarci perché.

Naturalmente, sostituire qualcosa solo perché esiste un modello nuovo è un’altra scelta. Il punto non è quanto spendiamo, ma che cosa quella spesa ci restituisce. Se non ci interessa nulla, possiamo lasciare tutto com’è. Se invece sappiamo che un cambiamento ci farebbe bene e possiamo sostenerlo, vorrei che non ci vergognassimo di desiderarlo.

Il privilegio che temo di sprecare è proprio questo: essere ancora in condizione di decidere. Posso scegliere una destinazione, invitare qualcuno, immaginare una casa diversa, fare un regalo e vedere il volto di chi lo riceve. Non vorrei conservare intatta ogni possibilità fino al giorno in cui non sarò più io a poterla usare.

Un dovere verso la vita, non un obbligo di consumare

Qui il mio pensiero diventa più netto: vivere al meglio delle proprie possibilità, per me, non è soltanto un diritto. È un dovere. Non un dovere verso chi vende qualcosa, verso chi guarda o verso un modello di successo. È un dovere di cura verso la vita che ci è stata affidata, compresa la nostra.

Non intendo un obbligo di essere allegri, viaggiare o fare acquisti. Per qualcuno vivere bene significa una passeggiata, un libro, una casa semplice, tempo libero. E chi ha risorse limitate non deve sentirsi in difetto perché non può concedersi ciò che altri possono pagare. Le possibilità non sono uguali, e la dignità non si misura con il tenore di vita.

Il dovere che sento è quello di non rinunciare automaticamente a ciò che renderebbe migliore la nostra esistenza, quando le condizioni lo permettono. Di considerare anche noi stessi fra le persone di cui prenderci cura. Non siamo soltanto lavoratori, amministratori del patrimonio o futuri autori di un’eredità: siamo persone che stanno vivendo adesso.

Questa cura non può, però, ignorare chi ci sta vicino. Se le risorse e i progetti sono condivisi, anche il modo di spenderli richiede ascolto e accordo. Non vorrei sostituire l’egoismo di chi vieta ogni spesa con quello di chi soddisfa ogni proprio desiderio a discapito degli altri. La misura resta la vita intera, non la soddisfazione di uno soltanto.

L’eredità comincia quando siamo presenti

A volte pensiamo all’eredità come a qualcosa che inizierà quando non ci saremo. Eppure lasciamo già molto mentre siamo vivi: il modo in cui lavoriamo, la serenità con cui affrontiamo una spesa, la capacità di condividere ciò che abbiamo, la libertà di non usare il denaro per controllare le persone.

Un aiuto dato quando serve e quando possiamo offrirlo, una giornata insieme, un’esperienza desiderata in famiglia possono avere un valore che non si ritrova sommando le cifre finali. Non perché il patrimonio non conti, ma perché il momento in cui qualcosa arriva fa parte del suo significato. Ci sono doni dei quali vorrei essere anche testimone.

Vorrei lasciare ai miei figli delle sicurezze, per quanto sarà nelle mie possibilità. Ma non vorrei insegnare loro che la vita migliore è quella dalla quale si esce avendo speso il meno possibile. Preferirei che imparassero a distinguere una rinuncia sensata da una rinuncia diventata abitudine, e la sobrietà dalla paura di concedersi qualunque cosa.

Non c’è una gara fra ciò che viviamo e ciò che lasciamo. Possiamo desiderare entrambe le cose e cercare un equilibrio onesto. Il problema nasce quando una delle due cancella l’altra: quando per custodire il domani smettiamo di abitare l’oggi, oppure quando, per consumare l’oggi, ci rifiutiamo di pensare a chi verrà dopo.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

Figli miei, a tutti e tre vorrei lasciare questo pensiero: il denaro è importante, ma non è la destinazione della vostra vita. È uno strumento con cui potete proteggerla, renderla più libera, aiutarvi a vicenda e, qualche volta, regalarle una gioia. Imparate a custodirlo senza diventare soltanto i suoi custodi.

Non spendete per dimostrare qualcosa a qualcuno. Non indebitate il vostro domani per rappresentare una vita che oggi non potete sostenere. Ma non pensate neppure che rinunciare sia sempre più nobile che scegliere. Se un desiderio è vostro, ragionevole e compatibile con gli impegni che avete, potete prenderlo sul serio senza sentirvi in colpa.

Vorrei che sapeste dire «non posso permettermelo» senza vergogna e «adesso posso» senza disagio. Sono entrambe espressioni di equilibrio. La prima vi aiuta a rispettare la realtà; la seconda vi permette di riconoscere che quella realtà può essere migliorata, anche grazie al vostro impegno.

Non rimandate ogni cosa al tempo in cui sarete completamente tranquilli. Siate prudenti, progettate, lasciate spazio agli imprevisti; poi ricordatevi anche di vivere. Una vita semplice può essere pienissima. Quello che non vorrei per voi è una vita di privazioni non necessarie, vissuta nell’attesa di un permesso che non arriva mai.

Non vorrei che il momento in cui si scopre quanto avevate coincidesse con il momento in cui non potete più farne nulla. Preferirei vedervi usare bene le vostre possibilità mentre potete ancora scegliere, condividere e gioire. Che qualcosa resti a chi verrà dopo è bello; che qualcosa sia servito a farvi vivere bene, mentre eravate qui, lo è altrettanto.

Papy