Ci sono frasi che non cercano di spiegare la morte. Non promettono di farci stare meglio e non pretendono di dare una risposta a tutte le domande. Ci offrono soltanto un’immagine nella quale, per un momento, possiamo appoggiare la nostra nostalgia.
Quella di un soffio di vento che somiglia alla carezza di chi non è più accanto a noi mi ha fatto pensare a te, Stefania. Al desiderio così semplice, e ormai così impossibile, di sentire ancora una tua carezza. Dopo una vita insieme, mi manca anche questo: poterti essere vicino senza doverlo immaginare.
Mi piace pensare
«E mi piace pensare che un soffio di vento all’improvviso sia la carezza di chi non è più accanto a noi.»
Frase diffusa con l’attribuzione a Serena Takdeer, firmata «S. Takdeer» nell’immagine ricevuta. Pubblicazione originale non verificata; attribuzione presente anche in una raccolta del luglio 2016.
Mi soffermo soprattutto su quelle parole: «mi piace pensare». C’è pudore in questa espressione. Lascia spazio a una speranza senza chiedere a nessuno di considerarla una certezza.
Anch’io vorrei potermi concedere questo pensiero. Se una brezza mi sfiorasse il viso, mi piacerebbe immaginare, per un istante, che ci sia qualcosa di tuo in quella delicatezza. Saprei che il vento è vento. Eppure il ricordo di te renderebbe diverso quel momento.
Non chiederei a quell’aria una risposta. Mi basterebbe lasciare che mi riportasse a ciò che ho conosciuto: la tua presenza, la vita condivisa, la possibilità che avevamo di esserci l’uno per l’altra.
La mancanza abita nelle cose normali
Quando penso a quello che mi manca, non penso soltanto ai viaggi o alle occasioni importanti. Penso alla semplicità di avere accanto qualcuno a cui raccontare una cosa appena successa.
Un pensiero, una notizia, qualcosa che riguarda i figli. Tutte quelle cose che non richiedono un appuntamento per essere dette, perché una persona fa già parte della tua giornata.
È questa familiarità che la morte interrompe con una durezza difficile da raccontare. Il mondo continua a produrre fatti, parole, incontri. Tu continui ad avere qualcosa da condividere, ma non puoi più farlo nel modo in cui lo avevi fatto per tanti anni.
Mi manca la possibilità di voltarmi verso di te e trovarti. La naturalezza con cui potevo sapere che una parte della mia vita stava accadendo anche nella tua.
Quarant’anni non diventano soltanto passato
Abbiamo condiviso quarant’anni di matrimonio. Eravamo diversi nei gusti, nella cultura, nel modo di trascorrere il tempo libero. Abbiamo considerato quelle differenze una possibilità di completarci.
Ripensandoci, sento quanto della mia vita abbia preso forma anche attraverso di te. Le decisioni, i cambiamenti di città, il lavoro, i figli, i viaggi: dentro tutto questo c’eravamo noi, con i nostri modi diversi di guardare le cose e con la volontà di costruire insieme.
Adesso i ricordi appartengono al passato, ma il loro effetto è ancora qui. Io sono anche l’uomo che sono diventato vivendo con te. I nostri figli portano nella loro vita qualcosa di quello che hanno ricevuto da noi.
Per questo parlare di te non significa soltanto tornare indietro. Significa riconoscere una parte di ciò che siamo oggi.
Quello che il vento non può restituire
Non voglio nascondere la mancanza dietro una bella frase. Un’immagine poetica può dare conforto, ma non restituisce una voce, una conversazione, un abbraccio.
Ci sono momenti nei quali vorrei molto meno di un segno straordinario: vorrei la normalità che avevamo. Sapere come stai, ascoltare quello che vuoi raccontarmi, poterti rispondere.
Il vento non può farlo. Posso però riconoscere il valore di una piccola tregua, di un pensiero tenero che arriva dentro una giornata difficile. Non sarebbe poco, se mi aiutasse a ricordarti per un momento con un sorriso, insieme alla nostalgia.
Continuare a raccontarti la nostra vita
Quando vengo a trovarti, continuo a parlarti. Ti racconto quello che succede, le novità, le cose dei figli. È il modo che ho trovato per continuare a rivolgermi a te.
Non so se e come le mie parole possano raggiungerti. So perché sento il bisogno di dirtele: per tanti anni sei stata la persona con cui ho condiviso la vita, e il desiderio di raccontartela non si è fermato il giorno in cui ti ho perduta.
Scrivere ha un significato simile. Mi permette di dare una forma a ciò che sento, di lasciarne qualcosa ai nostri figli. Anche queste pagine diventano un luogo nel quale il tuo nome può essere pronunciato con amore.
Per i nostri figli sei ancora la mamma
Per me sei Stefania, la donna che ho amato e con cui ho costruito la mia famiglia. Per i nostri tre figli sei la mamma. La stessa persona, incontrata e amata attraverso legami diversi.
Nessuno di noi possiede tutto il ricordo di te. Ci sono aspetti che io conosco come marito e altri che ciascuno di loro conserva come figlio. Possiamo raccontarceli, ascoltare e scoprire ancora qualcosa della persona che ci manca.
Vorrei che in famiglia ci fosse sempre spazio per questo. Per il tuo nome, per una tua frase ricordata davvero, per le pagine che ci hai lasciato. Senza dover aspettare una ricorrenza e senza temere di rovinare l’atmosfera soltanto perché ci viene voglia di parlare di te.
Il nome di chi amiamo merita di restare nelle nostre conversazioni. Possiamo pronunciarlo anche quando ci fa commuovere.
Lasciare spazio anche a un sorriso
Desidero poter custodire i ricordi belli senza sentirmi obbligato a trasformarli ogni volta nel racconto della perdita.
Tu hai avuto una vita. Hai studiato, lavorato, affrontato cambiamenti, amato la tua famiglia. Ti piaceva imparare e conoscere. Vorrei che tutto questo rimanesse visibile, anche quando parliamo del dolore di non averti più qui.
Se un ricordo ci farà sorridere, vorrei che potessimo accoglierlo. Quel sorriso avrà la sua verità, come le lacrime. Ci ricorderà che averti avuta nella nostra vita è stato anche una grande felicità.
Una speranza che custodisco
So quanto fosse importante per te la fede. Io continuo a sperare che tu sia felice, vicina a Dio, e che ci sia ancora una possibilità di riabbracciarti.
Non so descrivere come sarà. Posso soltanto riconoscere quanto profondamente lo desidero.
L’immagine di una carezza nel vento si avvicina a questa speranza: qualcosa di delicato, che posso custodire senza doverlo dimostrare. Un modo per lasciare aperto, dentro di me, il desiderio di incontrarti ancora.
Portarti con me nei giorni che restano
Devo continuare a vivere. Ci sono i figli, le cose da fare, gli interessi, le persone da incontrare. Posso desiderare ancora qualcosa per il mio futuro e, nello stesso tempo, sentire quanto avrei voluto viverlo con te.
Non ti prometto che saprò farlo sempre bene. Ci saranno giornate più leggere e altre nelle quali la tua assenza peserà di più. Vorrei imparare a dare spazio a entrambe, senza chiedermi di essere diverso da come mi sento.
E se un giorno una brezza mi sfiorerà, potrò concedermi quel pensiero: che bello sarebbe se fosse una tua carezza. Poi continuerò a camminare, con il tuo ricordo dentro la mia giornata.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, della mamma custodiamo ricordi diversi. Mi piacerebbe che continuassimo a condividerli, senza sentirci costretti a trovare ogni volta le parole giuste.
Potete parlarmi di lei. Potete raccontarmi quello che vi manca, ma anche ciò che vi fa sorridere. Io vorrei saper fare lo stesso con voi. Nessuno deve proteggere gli altri fino al punto di far scomparire dalle nostre conversazioni una persona tanto amata.
Non vi chiedo di sentire quello che sento io. Il vostro legame con la mamma è vostro e merita tutto il suo spazio. Vi lascio soltanto questo desiderio: che possiamo ricordarla insieme con sincerità, tenerezza e gratitudine.
Se il vento potesse portare una carezza, Stefania, vorrei riceverne una da te. Intanto affido a queste parole tutto l’amore con cui continuo a pensarti.
Papy