“Meglio abbondare che deficere” è una di quelle frasi che pronunciamo con un sorriso, quasi fosse una piccola assicurazione contro gli imprevisti. Se una cosa può non bastare, meglio averne un po’ di più. Se gli invitati sono dieci, prepariamo per dodici. Se il viaggio richiede un’ora, partiamo con un certo anticipo. Dietro questo proverbio c’è un istinto comprensibile: la mancanza ci spaventa, mentre l’abbondanza ci dà l’impressione di essere al sicuro.
Eppure, con il passare degli anni, ho imparato a diffidare delle regole che pretendono di valere sempre. Anche le massime più sagge hanno bisogno di essere interrogate. Abbondare non è necessariamente meglio, così come difettare non è sempre un errore. La vera domanda, forse, non riguarda la quantità. Riguarda la possibilità di correggere.
Prima di chiedermi se sia meglio avere di più o di meno, dovrei chiedermi: ciò che sto facendo è reversibile?
La lezione semplice del sale
In cucina il principio diventa evidente. Se metto poco sale, posso assaggiare e aggiungerne ancora. Se ne metto troppo, invece, tornare indietro è difficile e a volte impossibile. In questo caso è meglio difettare, perché la mancanza conserva aperta una possibilità, mentre l’eccesso la chiude.
Il sale è soltanto un esempio, ma racconta qualcosa di importante. Non tutte le insufficienze sono uguali e non tutte le abbondanze sono innocue. Ci sono mancanze provvisorie che possiamo colmare con facilità; ci sono eccessi che lasciano conseguenze. Un giudizio troppo severo, una parola pronunciata con rabbia, una promessa fatta con leggerezza possono assomigliare al sale versato senza misura: una volta entrati nella vita degli altri, non è semplice riprenderli.
La prudenza, allora, non consiste sempre nell’accumulare. A volte consiste nel procedere poco alla volta, nell’assaggiare, nell’osservare l’effetto di ciò che facciamo prima di aggiungere altro. La giusta misura non è immobilità: è attenzione. Significa agire senza consumare inutilmente il margine che ci consentirà di cambiare idea.
Il tempo non si può aggiungere dopo
Con il tempo accade quasi il contrario. Arrivare con qualche minuto di anticipo può sembrare un piccolo eccesso, ma essere in ritardo significa sottrarre qualcosa che non potremo restituire. Il denaro perso può forse essere riguadagnato; un oggetto può essere sostituito; un appuntamento mancato, un ultimo saluto o un’ora non vissuta con una persona cara appartengono invece a un tempo che non torna.
Per questo, quando si tratta di tempo, preferisco abbondare. Non nel senso di riempire ogni giornata di impegni, ma nel lasciare margine. Un margine per gli imprevisti, per ascoltare senza guardare l’orologio, per non trasformare ogni incontro in una corsa. Arrivare prima non significa sempre sprecare tempo: qualche volta significa arrivare davvero, con la mente e con il cuore.
Il tempo abbondante non è quello affollato. È quello che permette la presenza. Possiamo possedere molte ore e non essere presenti in nessuna; possiamo invece donare pochi minuti con un’attenzione così piena da renderli preziosi. Anche qui la quantità, da sola, non basta: conta ciò che rende possibile.
Ma neppure dedicare sempre più tempo a qualcosa garantisce un risultato migliore. Possiamo perfezionare un lavoro oltre il necessario, rimandare una decisione aspettando una certezza impossibile o sacrificare anni all’accumulo di risultati. Prima di offrire un’altra ora a un compito, dovremmo domandarci a chi o a che cosa la stiamo sottraendo.
La ricchezza apre porte, ma presenta il conto
Anche la ricchezza sembra dare ragione al proverbio. Disporre di risorse offre libertà, protegge dagli imprevisti e consente di scegliere. Chi ha qualcosa in più può aiutare, investire, viaggiare, curarsi e sostenere le persone che ama. Sarebbe ingenuo fingere che il denaro non abbia importanza.
Ma ogni abbondanza ha un costo, e quel costo non compare sempre nei conti. Se per accumulare ricchezza perdo gli affetti, la serenità, la salute o la possibilità di vedere crescere i miei figli, devo domandarmi che cosa abbia davvero guadagnato. Il denaro amplia le scelte soltanto finché non diventa il padrone che sceglie al posto nostro.
La vera misura della ricchezza non è soltanto quanto possediamo, ma quanta vita dobbiamo sacrificare per possederlo. Il denaro dovrebbe servire la vita, non chiedere alla vita di servirlo. A volte il “di più” è una riserva di libertà; altre volte è una gabbia costruita con materiali preziosi.
Non credo che la risposta sia glorificare la povertà o condannare il benessere. Credo, piuttosto, che sia necessario riconoscere il punto in cui il necessario diventa sufficiente e il sufficiente rischia di trasformarsi in fame senza fine.
Molte informazioni non sono ancora conoscenza
Viviamo in un tempo nel quale possiamo ottenere più informazioni di quante una persona del passato avrebbe incontrato in tutta la vita. Questa abbondanza sembra un vantaggio indiscutibile. E lo è, ma soltanto quando possiamo selezionare, comprendere e ordinare ciò che riceviamo.
Un’informazione in più può chiarire una decisione; mille informazioni non filtrate possono renderla impossibile. Quando ogni voce reclama la stessa attenzione, la verità non diventa più visibile: spesso viene coperta dal rumore. L’abbondanza è utile se resta consultabile e selezionabile. Altrimenti non produce conoscenza, ma stanchezza e confusione.
Essere informati non significa sapere tutto. Significa anche riconoscere che cosa è importante, quali fonti meritano fiducia e quando abbiamo raccolto abbastanza elementi per agire. La saggezza non consiste nel trattenere ogni dato, ma nel distinguere ciò che illumina da ciò che distrae.
Esiste poi un’altra forma di eccesso: quella delle informazioni che affidiamo agli altri. Una confidenza rivelata, una parola pubblicata o un’immagine diffusa non possono sempre essere richiamate indietro. Ciò che manca può spesso essere aggiunto; ciò che è stato esposto non torna facilmente segreto. La discrezione non è povertà di comunicazione, ma cura della dignità propria e altrui.
Decidere lasciando aperta una strada
Nelle decisioni importanti cerco allora di applicare un criterio semplice: quando non possiedo tutte le risposte, scelgo possibilmente il passo che mi consente ancora di correggere la direzione. Non è indecisione. È umiltà davanti alla complessità della vita.
Ci sono scelte che richiedono coraggio e fermezza, ma anche la fermezza può convivere con la capacità di riconoscere un errore. Possiamo iniziare in piccolo, verificare, ascoltare, cambiare metodo. Possiamo chiedere scusa prima che l’orgoglio renda la distanza più grande. Possiamo lasciare una porta aperta senza rinunciare ai nostri principi.
La libertà non consiste soltanto nell’avere molte possibilità all’inizio. Consiste anche nel non distruggere inutilmente la possibilità di cambiare dopo. Una decisione saggia non è sempre quella perfetta: spesso è quella che limita il danno di un eventuale errore e conserva uno spazio per imparare.
Questo non significa vivere sempre con una via di fuga. Alcuni legami e alcuni valori acquistano significato proprio perché chiedono fermezza. L’amore, la cura e la fedeltà non sono esperimenti da abbandonare al primo disagio. Prima di promettere occorre essere liberi e lucidi; dopo aver promesso, occorre ricordare che un’altra persona ha affidato qualcosa alla nostra parola.
La reversibilità è prudenza prima della scelta; non deve diventare un alibi per sottrarsi alle responsabilità dopo aver scelto.
La misura negli affetti
Perfino nell’amore, dove vorremmo credere che il “di più” sia sempre migliore, la quantità deve accompagnarsi alla qualità. Possiamo abbondare in presenza, cura, pazienza e gratitudine. Ma l’attenzione può diventare controllo, la protezione può diventare possesso e il desiderio di essere indispensabili può togliere libertà alla persona che diciamo di amare.
Amare molto non significa occupare tutto lo spazio. Significa anche sapersi fare da parte, ascoltare, rispettare il silenzio e permettere all’altro di essere diverso da come lo avevamo immaginato. Forse nell’amore vale una misura particolare: abbondare nel dono e difettare nella pretesa.
Una regola che non pretende di essere assoluta
Alla fine non voglio sostituire un proverbio con un altro. Sarebbe soltanto una nuova formula destinata, prima o poi, a incontrare un’eccezione. Vorrei lasciare invece una domanda: se sbaglio quantità, potrò ancora rimediare?
Se posso aggiungere ma non togliere, comincerò con poco. Se posso conservare ma non recuperare, come accade con il tempo, lascerò un margine abbondante. Se ciò che accumulo amplia davvero la libertà, ne riconoscerò il valore; se comincia a consumare la vita che dovrebbe proteggere, cercherò il coraggio di fermarmi. Se le informazioni mi aiutano a vedere, continuerò a cercare; se mi impediscono di scegliere, farò silenzio.
Questo è il pensiero che vorrei consegnare ai miei figli: non cercate sempre il massimo, cercate ciò che mantiene viva la possibilità del bene. Abbiate abbondanza di tempo per le persone amate, di gentilezza nelle parole, di pazienza verso gli errori e di coraggio nel cambiare strada. Siate invece parsimoniosi con i giudizi, con l’orgoglio e con tutto ciò che, una volta versato, non può più essere raccolto.
Forse la saggezza non sta nell’abbondare o nel difettare. Sta nel riconoscere la differenza tra ciò che possiamo aggiungere, ciò che possiamo togliere e ciò che, una volta perduto, non ritorna.