Da ragazzo sentivo spesso questa frase: «Spìngimi ca camìnu, pàgami ca dòrmu». La traduzione è semplice: «Spingimi che cammino, pagami che dormo». Fa sorridere perché descrive chi si dichiara pronto a muoversi, a patto che sia un altro a fornire tutta la spinta, o chi accetta volentieri una paga purché non gli venga chiesto di lavorare. La battuta è tagliente, ma dietro il sorriso pone una domanda seria: quanto di ciò che desideriamo siamo disposti a fare noi?
Il biglietto che manca
Mi torna in mente una storiella popolare, raccontata in varie versioni con San Gennaro. Un devoto gli chiede insistentemente di fargli vincere alla lotteria. Il santo, alla fine, gli risponde più o meno così: «La grazia te la farei anche, ma tu accàttate ’o biglietto!». Il racconto non va preso come cronaca, né come consiglio di giocare. La lotteria dipende dal caso e comprare un biglietto non rende probabile vincere. Il punto della battuta è un altro: non si può pretendere un esito senza compiere neppure l’atto preliminare che lo rende possibile.
Il nostro «biglietto» raramente si compra in tabaccheria. Può essere un libro aperto, una domanda inviata, una telefonata fatta, una conversazione difficile finalmente iniziata. Non è la garanzia del risultato. È la nostra partecipazione alla possibilità che il risultato esista.
Studiare non garantisce tutto, non studiare decide già molto
Se desidero imparare una professione, superare un esame o capire una materia, nessuno può studiare al posto mio. Un insegnante bravo, una famiglia che mi sostiene e condizioni favorevoli contano moltissimo. Ma la sera in cui devo sedermi, leggere, sbagliare e riprovare, quella parte è mia. Applicarmi non mi promette il voto migliore né una carriera sicura; rinunciare prima di cominciare riduce da solo le mie possibilità.
Lo stesso vale quando cerco lavoro. Posso lamentarmi, a ragione, di un mercato ingiusto o di porte chiuse. Intanto posso preparare meglio ciò che so fare, presentarmi, chiedere, correggere un curriculum, imparare qualcosa che serve. Non sto dicendo che chi non trova lavoro non si impegni: sarebbe una crudeltà. Dico che, finché posso, non voglio aggiungere alla difficoltà del mondo la mia rinuncia a tentare.
Anche nelle relazioni serve un gesto
A volte aspettiamo che un amico telefoni per primo, che il partner capisca da solo ciò di cui abbiamo bisogno, che una persona amata indovini le nostre intenzioni. Poi soffriamo perché non accade. Certo, un rapporto richiede reciprocità: non possiamo costruirlo da soli. Ma possiamo fare la nostra parte dicendo «mi manchi», chiedendo aiuto con chiarezza, domandando scusa quando abbiamo sbagliato. Aspettare in silenzio e chiamare prova d’amore la capacità altrui di leggerci nel pensiero rischia di lasciare tutti fermi.
Un progetto di famiglia funziona allo stesso modo. Se voglio più tempo insieme, non basta desiderarlo: devo riservarlo. Se chiedo a qualcuno di condividere una fatica, devo essere disposto a vedere anche la sua. La mano offerta non elimina il mio lavoro; il mio lavoro non mi impedisce di chiedere una mano.
Il confine tra responsabilità e colpa
Qui il proverbio ha un limite. È facile chiamare pigro chi è malato, scoraggiato, senza risorse o bloccato da ostacoli che noi non vediamo. Sarebbe ingiusto trasformare il dovere di provarci nella favola secondo cui ogni successo è meritato e ogni insuccesso è una colpa. Non partiamo tutti dallo stesso punto e non controlliamo tutto ciò che incontriamo. Certe persone hanno bisogno, prima di qualsiasi spinta, di una scala stabile e di qualcuno che la tenga ferma.
Fare la propria parte significa agire dentro ciò che possiamo davvero scegliere. Può voler dire lavorare, ma anche chiedere sostegno, curarsi, fermarsi quando si è allo stremo, cambiare strada dopo un fallimento. Non è passività riconoscere un limite; è passività fingere che il limite ci impedisca perfino di cercare un modo diverso.
Il primo passo non fa miracoli
Quando comincio qualcosa, il mondo non mi deve una ricompensa immediata. Potrei non essere scelto, non superare l’esame, non ricevere la risposta che speravo. Però avrò imparato qualcosa sulla strada, sulle persone e su me stesso. A volte il passo successivo nasce proprio da un tentativo che sembrava fallito. Il contrario è più difficile: da una possibilità che non abbiamo mai provato non possiamo ricavare neppure una correzione.
Mi piace pensare che nella vita l’aiuto degli altri e la nostra iniziativa non siano rivali. C’è chi tiene ferma la scala e chi vi sale. Nessuno dei due gesti è inutile. Ma se rimaniamo ai piedi della scala chiedendo soltanto una spinta, forse il problema non è che gli altri non facciano abbastanza. Forse dobbiamo decidere dove mettere il piede.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Vorrei che aveste il coraggio di desiderare molto, senza aspettare che il desiderio si trasformi da solo in una conquista. Studiate, chiedete, provate, sbagliate, ricominciate. Accettate l’aiuto senza vergognarvi e offritelo a chi ha un gradino più difficile del vostro. Non giudicate con leggerezza chi non riesce a salire: non sapete sempre quale peso porta. Ma quando potete scegliere un gesto concreto, sceglietelo. La fortuna, gli altri e perfino San Gennaro potranno fare la loro parte; la vostra non lasciatela vuota.
Papy