La maggioranza vince?

Un buon modo per prendere una decisione non è, da solo, una garanzia di aver preso una buona decisione.

Ho sempre pensato che decidere a maggioranza fosse una buona idea. Se per fare qualunque cosa dovessimo aspettare che tutti fossero d’accordo, molte decisioni non arriverebbero mai. Si discute, si ascoltano le proposte, si vota e, a un certo punto, si sceglie. Non necessariamente quello che avrei voluto io, ma qualcosa che ci permette di andare avanti senza attribuire a una sola persona il diritto di decidere per tutti.

Sei adulti siedono intorno a un tavolo di legno in una stanza illuminata dalla luce naturale. Cinque alzano una mano per votare; la donna seduta sulla sinistra tiene le mani sul tavolo e guarda gli altri con espressione pensierosa.
Contare le mani, non dimenticare le personeVincere una votazione non significa poter smettere di ascoltare chi non è d’accordo.

Eppure c’è una domanda che mi accompagna: che cosa succede quando la maggioranza sceglie una cosa sbagliata? Non una cosa che semplicemente non mi piace. Una cosa ingiusta, dannosa, compiuta a spese di qualcuno che non ha abbastanza voci per impedirla. Il fatto che siano in molti a volerla cambia ciò che quella scelta fa alle persone?

La mia prima risposta è sempre stata un po’ istintiva: la maggioranza mi piace quando decide cose belle. Ma mi accorgo che questa risposta non basta. Contiene una preoccupazione vera e lascia aperto un problema enorme: chi stabilisce quali siano le cose belle? Non ho una soluzione capace di sciogliere ogni dubbio. Ho però il bisogno di non scambiare la facilità con cui possiamo contare i voti con la difficoltà di capire ciò che è giusto.

Un modo per decidere, non per avere ragione

Una votazione risponde a una domanda precisa: fra le persone chiamate a scegliere, quale proposta ha raccolto più consensi secondo le regole stabilite? È una risposta importante. Ci permette di non dipendere dall’umore di chi comanda, dalla voce di chi urla di più o dalla pretesa di chi vuole bloccare tutto finché non ottiene quello che desidera.

Ma da quella risposta non discende automaticamente un’altra conclusione: che la proposta scelta sia la più giusta, la più sensata o quella che produrrà meno danni. Le persone possono essere informate oppure no, generose oppure interessate, attente oppure distratte. Possono anche avere ragioni comprensibili e arrivare comunque a una decisione di cui, più avanti, si pentiranno.

Essere in maggioranza dà il potere di decidere entro regole comuni; non consegna un certificato di ragione. La distinzione mi sembra essenziale. Un metodo può essere preferibile agli altri senza rendere impeccabile ogni risultato che produce. Riconoscerne il limite non significa volerlo abolire: significa non chiedergli qualcosa che non può garantire.

Vale anche per chi perde. Essere rimasto solo non dimostra che io abbia visto più lontano di tutti. Potrei avere intuito un problema trascurato, oppure potrei essermi ostinato in un errore. Il numero, grande o piccolo, non mi risparmia la fatica di spiegare le mie ragioni e di ascoltare quelle degli altri.

Quando il numero diventa un alibi

Immaginiamo che un gruppo di amici decida, votando, di far pagare tutta la cena all’unico che si oppone. Gli altri risparmiano, la proposta passa quasi all’unanimità e il conto viene sistemato in fretta. Avremmo trovato una soluzione efficiente. Non per questo avremmo trovato una soluzione giusta. La comodità di molti sarebbe stata acquistata con l’imposizione subita da uno.

È questo che mi inquieta quando penso a una maggioranza che approvi perfino il rubare. Una cosa non smette di appartenere a qualcuno perché altri sono d’accordo nel prendergliela. Il consenso di chi trae vantaggio da una scelta non equivale al consenso di chi ne paga il prezzo. Anzi, è proprio quando il vantaggio è diffuso e il danno concentrato su pochi che dovremmo guardare con maggiore attenzione.

L’esempio delle droghe richiede una distinzione ulteriore. Non basta votare per rendere buona qualunque scelta, ma neppure posso trattare come identiche l’aggressione a un’altra persona e una decisione che riguarda la propria vita. Discutere se vietare, punire, regolare o offrire aiuto non significa necessariamente approvare un comportamento. Le proposte vanno esaminate per ciò che cercano di ottenere e per le conseguenze che comportano, non ridotte a un semplice «tutti liberi, dunque tutto va bene».

Il punto che vorrei conservare, al di là dei singoli esempi, è questo: un voto non cancella le conseguenze. Se abbiamo consentito un’ingiustizia, non possiamo assolverci dicendo che eravamo tanti. La responsabilità condivisa non dovrebbe diventare una responsabilità scomparsa, come se dividendola fra molte persone nessuno dovesse più risponderne.

Non tutto dovrebbe dipendere da un voto

Per me c’è una differenza tra scegliere insieme come organizzare la vita comune e decidere se qualcuno meriti ancora rispetto. Possiamo votare una proposta, una spesa, una priorità. Non vorrei vivere in un gruppo in cui la dignità di una persona debba essere confermata ogni volta contando quante mani si alzano in suo favore.

È questo il senso che riconosco alle regole poste a protezione di tutti, anche contro la convenienza del momento. La possibilità di parlare, di difendersi, di non essere umiliati o esclusi arbitrariamente non dovrebbe essere un favore concesso da chi ha vinto. Dovrebbe appartenere anche a chi è impopolare, a chi disturba e a chi sostiene un’opinione che non condivido.

Naturalmente i diritti possono entrare in tensione, e non basta pronunciare una bella parola per risolvere un conflitto. Ma avere limiti comuni significa almeno chiedere a chi decide di spiegare perché una restrizione sia necessaria, su chi ricada e se esista una strada meno pesante. Significa poter contestare una scelta senza dover prima ottenere il permesso di chi l’ha compiuta.

La prova più seria, forse, è immaginare di cambiare posto. Accetterei questa regola se domani fossi dalla parte di chi perde? Mi sembrerebbe ancora ragionevole se a subirla fosse uno dei miei figli? Non è un criterio infallibile, ma può toglierci una comoda cecità: quella di chiamare giusto ciò che, per il momento, non fa male a noi.

Chi decide che cosa è «bello»?

Qui devo tornare anche sulla mia frase iniziale. Dire che la maggioranza va bene soltanto per le cose belle può nascondere una pretesa: che gli altri siano liberi di decidere purché, alla fine, scelgano quello che considero bello io. Se fosse così, non starei difendendo la giustizia. Starei concedendo il voto e trattenendo per me l’ultima parola.

Non posso chiedere agli altri di mettere in discussione la loro certezza e tenere la mia al riparo da ogni domanda. Se sostengo che una decisione è sbagliata, devo provare a dire perché. Chi viene danneggiato? Quale libertà viene tolta? Quale responsabilità viene scaricata su chi non può difendersi? E devo accettare che qualcuno controlli se quei danni esistano davvero, oppure se io stia chiamando danno soltanto la fine di un’abitudine a cui ero affezionato.

Non ogni scelta diversa dalla mia è una minaccia. Non ogni comportamento che disapprovo deve essere impedito a tutti. Posso non desiderare una certa vita per me senza pretendere di organizzare nello stesso modo la vita degli altri. Il rispetto dei limiti riguarda anche le mie convinzioni, non soltanto le decisioni prese da chi mi contraddice.

Questa ammissione non mi obbliga a pensare che tutto sia uguale. Posso continuare a distinguere la lealtà dal tradimento, la cura dall’indifferenza, la libertà dalla prepotenza. Mi chiede però di sostenere queste distinzioni con ragioni che possano essere discusse, invece di usare la mia coscienza come un’autorità che non deve spiegazioni a nessuno.

Prima di contare, ascoltare

La rapidità è un vantaggio soltanto se non serve a evitare le domande scomode. Una votazione può chiudere in pochi minuti una discussione che non è mai cominciata davvero. Se la proposta è presentata male, se mancano informazioni, se chi sarà più coinvolto non ha potuto parlare, il conteggio finale può essere preciso e la scelta restare povera.

Prima di domandarci quanti siano favorevoli, dovremmo capire a che cosa stanno dando il loro consenso. Quali alternative sono state considerate? Chi sosterrà il costo? Quali conseguenze sono probabili e quali soltanto immaginate? Non serve fingere di conoscere ogni esito, ma sarebbe onesto distinguere ciò che sappiamo da ciò che speriamo.

Ascoltare chi conosce un problema aiuta, così come ascoltare chi lo vive. Nessuna delle due voci dovrebbe cancellare automaticamente l’altra. La competenza merita attenzione, ma non trasforma una persona nel proprietario delle decisioni altrui; l’esperienza personale merita rispetto, ma non descrive da sola tutte le situazioni possibili. Le ragioni hanno bisogno di incontrarsi, non soltanto di schierarsi.

E ascoltare non significa discutere per sempre. A un certo punto occorre scegliere, assumersi un rischio e agire. Vorrei però che restasse la possibilità di verificare quello che accade e di correggere la strada. Se una decisione produce un danno che non avevamo previsto, ammetterlo non dovrebbe essere considerato un tradimento della maggioranza. Dovrebbe essere un segno di responsabilità.

Perdere un voto, non la propria coscienza

Mi sembra che la maturità si riconosca anche da come si sta nella parte che ha perso. Non posso chiedere una regola comune e poi accettarla soltanto quando mi dà ragione. Se si è scelto tra possibilità legittime, il mio dispiacere non basta a rendere ingiusto il risultato. A volte vivere insieme significa partecipare anche a qualcosa che non avrei scelto per primo.

Ma accettare un risultato non mi obbliga a dichiararlo perfetto, a fingermi convinto o a smettere di fare domande. Posso rispettare il funzionamento comune e continuare a proporre un’alternativa. Se ritengo che vengano violati diritti o imposti danni ingiustificati, posso cercare ascolto, chiedere controlli e contestare pacificamente quella scelta. Il dissenso non dovrebbe essere trattato come un difetto da correggere.

Allo stesso modo, vincere non autorizza a umiliare. Chi ottiene la maggioranza dovrebbe sentirsi responsabile anche verso chi non l’ha sostenuto. Se una decisione riguarda tutti, non può essere amministrata come un premio riservato agli amici. Altrimenti non abbiamo imparato a stare insieme: abbiamo soltanto stabilito chi, per questa volta, può permettersi di non ascoltare.

Non ho trovato, dunque, una formula che impedisca ogni errore. Ho trovato alcune cautele a cui non vorrei rinunciare: limiti al potere, ragioni comprensibili, attenzione per chi subisce le conseguenze e possibilità di cambiare idea. Non eliminano il problema. Ci impediscono almeno di considerarlo risolto nel momento in cui abbiamo finito di contare.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

Figli miei, vorrei che tutti e tre imparaste a stare con gli altri senza consegnare agli altri la vostra coscienza. Non scegliete una posizione soltanto perché è affollata, ma non cercate neppure la solitudine per sentirvi più intelligenti. Avere ragione non significa essere tanti, e non significa essere gli unici: significa avere il coraggio di esaminare quello che si sostiene.

Quando sarete in maggioranza, guardate soprattutto chi rischia di essere dimenticato. Chiedetevi se state scegliendo anche per lui o semplicemente sopra di lui. Non usate la forza del gruppo per ottenere ciò che vi vergognereste di chiedere guardando quella persona negli occhi.

Quando sarete in minoranza, non trasformate ogni sconfitta in un’offesa. Ascoltate, cercate di capire, riconoscete le buone ragioni che possono esserci anche dove non avete trovato un accordo. Se invece vedete un’ingiustizia, non chiamatela giusta per sentirvi accettati. Provate a spiegarla, a contrastarla senza prepotenza e a costruire una proposta migliore.

Vorrei anche lasciarvi la libertà di dire «non lo so». Non come una rinuncia a pensare, ma come l’inizio di un pensiero più onesto. Su questo tema non ho una risposta che mi rassicuri del tutto. Preferisco consegnarvi una domanda ancora viva piuttosto che una certezza costruita per non avere più dubbi.

La maggioranza può chiudere una votazione. Non può chiudere la domanda se abbiamo fatto la cosa giusta. Forse è da qui che vorrei cominciaste: dal rispetto per le decisioni comuni, senza dimenticare le persone a cui quelle decisioni cambieranno la vita. Perché decidere insieme è importante. Ricordarci per chi stiamo decidendo lo è ancora di più.

Papy