Quando avevo ventidue anni scrissi alcuni appunti sull’amore . Il ragionamento era più o meno questo: due anni fa ero innamorato di A, un anno fa di B, oggi mi piace C. Se le persone cambiano così facilmente, forse non sto ancora parlando di amore, ma del mio bisogno di amare o di sentirmi innamorato.
Da ragazzo, questo pensiero mi aiutò ad affrontare alcuni rifiuti. Provare un sentimento per una persona non significa che tra noi esista realmente un amore. Io posso innamorarmi da solo, ma non posso costruire un amore da solo. Perché nasca un “noi” occorrono due volontà e due sentimenti che si incontrano.
L’innamoramento può dunque essere unilaterale; l’amore vissuto, invece, richiede reciprocità. Il sentimento non ricambiato non è necessariamente falso, ma continuare ad alimentarlo contro l’evidenza non è intelligente. Non possiamo sempre scegliere ciò che proviamo, ma possiamo scegliere come comportarci davanti alla realtà.
La logica, in questo caso, non serve a cancellare le emozioni, bensì a impedire che esse ci ingannino. Se una persona non mi ama, non ho perduto un amore: ho scoperto che quell’amore non era mai nato tra noi.
Il sentimento può essere irrazionale; coltivarlo non deve esserlo.
Quando l’amore diventò un “noi”
A ventiquattro anni incontrai Stefania. Lei ricambiava ciò che provavo e allora compresi finalmente la differenza tra l’innamoramento solitario e l’amore vero: non ero più soltanto io a desiderare, sperare e immaginare. Eravamo in due.
Da quel momento mi impegnai a mantenere vivo quell’amore durante cinque anni di fidanzamento e quarant’anni di matrimonio. Non volevo che Stefania sapesse quanto tenessi a lei soltanto attraverso le parole o i gesti importanti. Volevo che lo vedesse ogni giorno, soprattutto nelle piccole cose. Facilitarle la vita, alleggerire le sue difficoltà e rendere più semplice il suo cammino erano diventati parte del mio modo di amarla.
L’amore, infatti, non vive soltanto nel sentimento da cui nasce. Vive nella cura, nell’attenzione e nella volontà quotidiana di agevolare la strada della persona amata. Amare qualcuno significa anche domandarsi: “Che cosa posso fare perché la sua giornata sia un po’ più serena?”
Oggi Stefania mi è stata portata via, ma non ciò che abbiamo vissuto. Dopo una vita trascorsa insieme, aspetto il giorno in cui potrò raggiungerla, quando verrà naturalmente il mio tempo. Non ho fretta: ho ancora tre figli e due nipoti da amare, accompagnare e aiutare nel loro cammino.
Forse è proprio questo ciò che Stefania mi ha lasciato: l’amore non finisce quando perdiamo la persona amata. Cambia forma. La cura che prima dedicavo a lei continua nelle persone che abbiamo amato e nella famiglia che abbiamo costruito insieme.
Fino al giorno in cui ci ritroveremo.