“Il successo si misura con gli ascolti. Il valore anche con ciò che resta.”
Un dubbio nato da ragazzo
Capisco che esistano gli affari. Capisco che un'azienda debba guadagnare, vendere, attirare clienti e riuscire a stare sul mercato. Ma a che prezzo?
Questa domanda, anche se allora non l'avrei formulata in questi termini, me la sono posta quando avevo circa quattordici anni. Ero tifoso di una squadra, giocavo a pallone e per un periodo comprai regolarmente una rivista sportiva. Poi cominciai a notare qualcosa che mi colpì: la grandissima parte delle pagine parlava di calcio. Non solo di partite, tecnica o tattica, ma anche della vita privata dei calciatori, dei loro vizi e delle loro virtù, delle polemiche, delle dichiarazioni e di tutto ciò che poteva alimentare continuamente l'interesse intorno a quel mondo.
A un certo punto mi feci una domanda semplicissima: ma se uno è appassionato di judo, che cosa dovrebbe fare?
Naturalmente capivo già il motivo. Il calcio attirava più lettori e quindi faceva vendere più copie. Dal punto di vista commerciale non c'era nulla di strano. Eppure qualcosa continuava a non convincermi. Se compro un giornale di calcio è normale che parli quasi esclusivamente di calcio. Ma se compro un giornale che si presenta come sportivo, mi aspetterei qualcosa di diverso: che mi faccia conoscere anche il judo, la scherma, il nuoto, l'atletica, la pallavolo, il ciclismo, la ginnastica e tante altre discipline che magari non incontrerei spontaneamente.
Forse ero ingenuo, ma pensavo che una rivista sportiva avesse anche questo compito: non soltanto raccontarmi ciò che già conoscevo, ma insegnarmi lo sport, allargare la mia curiosità e farmi scoprire i suoi valori.
Essere tifosi non significa essere sportivi
Con il tempo ho capito sempre meglio una distinzione che per me resta importante. Essere tifoso non significa necessariamente essere sportivo. Vestirsi sportivi non significa essere sportivi. Guardare sport in televisione non significa essere sportivi. Praticare uno sport, rispettarne le regole, accettare la fatica, l'avversario e perfino la sconfitta: questo significa avvicinarsi davvero allo spirito sportivo.
Per questo mi ha sempre colpito un gesto normalissimo nel calcio: un difensore si accorge che l'attaccante è più veloce, non riesce a raggiungerlo e allora lo ferma tirandogli la maglietta. Il regolamento interviene con il fallo, l'ammonizione o l'espulsione. Ma, se togliamo per un momento la cornice calcistica, resta un fatto elementare: non riesco a batterti secondo le regole e allora ti fermo irregolarmente.
Il problema non è che il gesto esista. In ogni sport esistono errori, scorrettezze e trasgressioni. Il problema è quando il racconto mediatico finisce quasi per nobilitarlo chiamandolo fallo intelligente, tattico o necessario. Un mezzo che racconta lo sport potrebbe anche ricordare che, dal punto di vista educativo, quel gesto rappresenta una sconfitta prima ancora che tecnica, culturale.
Quando il calcio diventa un mondo a parte
Negli anni ho visto crescere enormemente lo squilibrio tra il calcio e il resto dello sport. Basta osservare le edicole, i siti, i palinsesti televisivi e perfino i pacchetti delle pay TV: si può acquistare un pacchetto chiamato Sport e poi scoprire che alcune partite di calcio richiedono un acquisto separato. È quasi una battuta involontaria: il calcio sembra non essere più semplicemente uno sport, ma una categoria commerciale autonoma.
La stessa sproporzione si vede nei quotidiani. Le testate sportive hanno una presenza importante tra i giornali più letti, segno evidente di quanto il calcio e lo sport-spettacolo occupino uno spazio centrale nell'attenzione collettiva. Non c'è nulla di male in questo. Ma è legittimo chiedersi quanto di quello spazio sia informazione sportiva e quanto sia intrattenimento costruito intorno allo sport.
Prima di ogni partita della massima serie assistiamo a conferenze stampa, dichiarazioni, anticipazioni. Dopo la partita arrivano altre conferenze, interviste, commenti, moviole e analisi. E spesso, almeno secondo il mio modesto parere, da questo enorme apparato escono frasi di una banalità disarmante: abbiamo perso ma potevamo vincere; dobbiamo pensare alla prossima; l'arbitro ha condizionato l'incontro; nel calcio contano gli episodi.
Non pretendo naturalmente che un allenatore tenga ogni volta una lezione di filosofia. Ma mi domando se sia davvero necessario costruire ore di informazione intorno a concetti che, molte volte, potrebbero essere pronunciati quasi indifferentemente prima o dopo qualunque partita.
Il valore economico è il valore reale?
Poi c'è l'aspetto economico, che mi lascia ancora più perplesso. Allenatori e protagonisti del grande calcio possono percepire compensi di milioni di euro all'anno. Non è una questione di invidia: se qualcuno riesce legittimamente a ottenere quel contratto, buon per lui. La domanda è un'altra: come decidiamo quanto vale il lavoro di una persona?
Ricordo di avere provato una sensazione simile leggendo, anni fa, di top manager considerati geni mentre guidavano aziende che perdevano cifre enormi ogni giorno. Eppure venivano pagati profumatamente proprio perché ritenuti indispensabili. Io, con una battuta, pensavo: «Se al suo posto ci fossi io, probabilmente non se ne accorgerebbe nessuno». Naturalmente era una provocazione, ma dietro c'era una domanda seria: se il risultato è così disastroso, in base a quale criterio riconosciamo quel valore eccezionale che giustifica uno stipendio eccezionale?
Nel calcio ritrovo qualcosa di analogo: contratti pluriennali, compensi elevatissimi e, in molti casi, obblighi economici che restano anche dopo un esonero. Così può accadere che una persona non svolga più il lavoro per cui era stata assunta ma continui a percepire somme che per moltissime famiglie rappresenterebbero il reddito di una vita.
A volte mi capita poi di leggere la carriera di un attaccante professionista e trovare stagioni concluse con uno, due o tre gol. E penso, scherzosamente: «Sembro io se giocassi al suo posto». So benissimo che non è vero: un calciatore professionista possiede qualità atletiche e tecniche che io non ho. Ma la battuta serve ancora una volta a porre il problema delle proporzioni. Quando un grande attaccante supera i venti gol in una stagione, il talento è evidente persino a chi non è un tecnico. Lì si riconosce subito qualcosa di straordinario. Quando invece i risultati individuali sono modestissimi, faccio più fatica a capire perché tutto ciò che circonda quel mondo debba necessariamente assumere dimensioni economiche così enormi.
Dal punto di vista giuridico e contrattuale può essere tutto perfettamente corretto. Ma corretto e ragionevole non sono sinonimi. Il mercato stabilisce valori attraverso ricavi, diritti televisivi, sponsor, pubblico e capacità negoziale. Io resto però libero di chiedermi se certe proporzioni abbiano ancora un senso.
E resto soprattutto libero di fare una scelta semplice: non partecipare. Non comprare un giornale che non mi interessa, non pagare un abbonamento soltanto per vedere le partite, non destinare volontariamente il mio denaro a un sistema economico e mediatico che considero sproporzionato. Non pretendo che gli altri facciano la stessa scelta. Ma sono contento di non contribuire, nemmeno con un euro, a ciò che considero una distorsione.
Lo sport italiano oltre il calcio
C'è poi un altro contrasto che mi fa riflettere. A livello nazionale, per fortuna, l'Italia eccelle in molti altri sport e ci regala risultati di cui essere orgogliosi. Atletica, nuoto, tennis, pallavolo, scherma e numerose altre discipline hanno prodotto campioni e successi internazionali, spesso con un'attenzione mediatica molto inferiore a quella riservata al calcio.
Nel frattempo proprio il calcio, il settore più ricco, più raccontato e più seguito, ha vissuto una crisi evidente sul piano della Nazionale: l'Italia ha mancato tre edizioni consecutive dei Mondiali, nel 2018, nel 2022 e nel 2026.
Non sarebbe corretto attribuire automaticamente questo fallimento alla presenza di molti giocatori stranieri nel nostro campionato. Le cause possono essere numerose. Ma la domanda resta legittima: in un sistema che muove cifre enormi e nel quale molte squadre impiegano largamente calciatori provenienti dall'estero, quanto spazio rimane per far crescere, responsabilizzare e far giocare ad alto livello i giovani italiani?
Il paradosso, almeno ai miei occhi, è evidente: spesso sono proprio gli sport meno celebrati e meno ricchi a regalarci le soddisfazioni internazionali più limpide. Anche questo dovrebbe ricordarci che il valore di uno sport non coincide necessariamente con il denaro che muove né con il numero di ore televisive che gli dedichiamo.
Il cerchio si chiude con il gossip
A ben vedere, però, il problema non riguarda soltanto il calcio. I giornali di gossip e molte trasmissioni televisive costruite su litigi, indiscrezioni, vite private e polemiche seguono lo stesso meccanismo. Hanno successo, quindi ricevono spazio, pubblicità e investimenti. E spesso proprio quel successo diventa la giustificazione per produrne ancora di più.
Non voglio stabilire che cosa debba divertire una persona e che cosa no. Anch'io posso guardare qualcosa soltanto per distrarmi. Ma mi pongo una domanda molto semplice: che cosa mi rimane dopo?
Dopo una buona trasmissione scientifica, storica, culturale o di approfondimento posso avere imparato qualcosa, scoperto un autore, un luogo, un fatto storico o un'idea. Dopo due ore di urla, gossip e discussioni costruite sul nulla, spesso non resta quasi niente. Forse qualche nome, qualche polemica, qualche frase destinata a essere sostituita il giorno dopo da una nuova polemica.
Eppure, per fortuna, esistono ancora programmi molto validi: documentari, approfondimenti, trasmissioni culturali, scientifiche e storiche, persone preparate capaci di spiegare con chiarezza argomenti complessi. Spesso però raccolgono meno pubblico. E allora l'editore si trova davanti alla solita scelta: se un programma leggero costa meno e produce più ascolti, mentre uno di qualità richiede ricerca, autori competenti e preparazione ma ottiene meno spettatori, dove sarà più conveniente investire?
Il dovere di non inseguire soltanto il pubblico
Qui, secondo me, si trova il cuore del problema. Un mezzo di comunicazione deve certamente conoscere il proprio pubblico. Se ignora completamente ciò che interessa alle persone, semplicemente non viene letto o guardato. Ma può limitarsi a inseguire ciò che il pubblico già vuole?
Io credo di no. Credo che abbia anche una responsabilità culturale. Non significa fare la predica, imporre gusti o decidere dall'alto che cosa sia nobile e che cosa no. Significa offrire alternative. Mostrare ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Far conoscere uno sport minore, una storia importante che non produce milioni di clic, un argomento scientifico difficile, un libro, un artista, un fatto storico. In una parola: incuriosire.
Se investiamo sempre e soltanto in ciò che ottiene già il maggior numero di spettatori, creiamo un circolo vizioso. Si investe di più in ciò che è popolare; ciò che è popolare diventa ancora più visibile; ciò che è meno visibile viene conosciuto sempre meno. Alla fine si conclude che alla gente interessa soltanto quello. Ma forse alla gente interessa soprattutto ciò che le viene mostrato continuamente.
Il mercato misura ciò che le persone vogliono oggi. La cultura può far nascere ciò che le persone ameranno domani. Questa, per me, è una delle responsabilità più importanti di chi informa.
Una scelta personale
Forse tutto nasce da quella domanda ingenua che mi feci da ragazzo davanti a una rivista sportiva. Se questo è un giornale di sport, perché non dovrebbe aiutarmi a conoscere tutto lo sport?
A un certo punto smisi di comprarlo. Molti anni dopo, quando vedevo qualche collega arrivare al lavoro con due giornali - uno per informarsi su ciò che accadeva nel mondo e uno interamente dedicato al calcio - dentro di me lo giudicavo piuttosto severamente. Probabilmente ero ingiusto. Ognuno ha diritto alle proprie passioni e oggi non giudicherei quella persona allo stesso modo.
Ma continuo a pensare che la domanda del ragazzo di quattordici anni fosse giusta. I media non dovrebbero soltanto raccontarci ciò che già amiamo. Dovrebbero anche aiutarci a scoprire ciò che ancora non sappiamo di poter amare.
Il successo di un programma si misura con gli ascolti. Il suo valore, forse, anche con ciò che rimane nello spettatore quando lo schermo si spegne.
Salvatore Mosaico
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Vorrei che voi tre conservaste la curiosità di guardare oltre ciò che tutti stanno guardando. Una partita può divertire, e non c'è nulla di male. Ma non lasciate che gli ascolti, i titoli o il rumore degli altri decidano da soli che cosa meriti la vostra attenzione.
Chiedetevi che cosa vi resta dopo aver letto, ascoltato o visto qualcosa. Cercate le storie meno illuminate, imparate a distinguere lo spettacolo dal valore e, quando potete, fate spazio anche a chi non ha una platea enorme. È una libertà che nessun palinsesto può scegliere al posto vostro.
Papy