Anche quando l’asino è morto

Non dobbiamo raccontare tutto della nostra vita. Ma ciò che scegliamo di raccontare non dovrebbe farci sembrare persone a cui va sempre tutto bene.

Ricordo un uomo del mio paese che, quando giocava a biliardo, aveva una frase per ogni andamento della partita. Se stava vincendo diceva: «U mari è ranni, ci su' i pisci». Il mare è grande, ci sono i pesci. Se invece stava perdendo, cambiava commento: «È mortu u ciucciu». L’asino è morto.

Tre uomini maturi sorridono attorno a un tavolo da biliardo verde. L’uomo al centro tiene una stecca e apre una mano mentre conversa con gli amici, in una stanza illuminata dalla luce della finestra.
Senza dover vincereTra amici possiamo raccontarci anche quando le cose non vanno come speravamo.

Mi è rimasto impresso soprattutto questo: parlava in entrambi i casi. Non diventava loquace soltanto quando le cose andavano bene, per poi scomparire dietro il silenzio quando la partita prendeva una brutta piega. Aveva parole per il vantaggio e parole per la sconfitta. Non so se intendesse insegnare qualcosa a qualcuno. A me, ripensandoci, sembra che quelle due espressioni contengano una piccola lezione sulla dignità di mostrarsi senza dover risultare sempre vincenti.

Oggi abbiamo molti più modi per raccontarci, ma non sono sicuro che questo ci abbia resi più sinceri. Possiamo mostrare un risultato, una vacanza, un amore, una tavola apparecchiata. Possiamo scegliere la luce, l’inquadratura, il momento. E possiamo lasciare fuori tutto quello che renderebbe meno perfetta la scena. Il problema, per me, non è che una fotografia non contenga una vita intera. È quando cominciamo a chiedere agli altri di credere che la nostra vita intera assomigli a quella fotografia.

Le parole per vincere e quelle per perdere

Mi piace che quell’uomo non avesse una frase sola. Una frase sola, ripetuta quando si vince, può diventare una posa: guardate quanto sono bravo, guardate come mi riesce tutto. La seconda introduceva una verità molto semplice: la stessa persona che poco prima aveva motivo di esultare poteva, poco dopo, trovarsi in difficoltà.

Non serviva umiliarsi. Non occorreva trasformare una partita persa in una confessione drammatica. Bastava riconoscere, con un’espressione persino buffa, che le cose non stavano andando come avrebbe voluto. Quella battuta non rimetteva a posto il punteggio, ma gli permetteva di restare presente senza doverlo nascondere.

Forse è questa la libertà che vorrei conservare: non avere bisogno del successo per continuare a parlare con gli altri. Se posso stare in mezzo alle persone soltanto quando ho qualcosa da esibire, non sono davvero libero. Sono impegnato a difendere un personaggio che deve risultare all’altezza di ogni sua apparizione.

La sincerità non è raccontare ogni cosa: è non usare le cose raccontate per far credere qualcosa di falso. Non pretendo che un uomo riassuma la propria esistenza dopo una partita di biliardo. Mi basta osservare quanto fosse naturale, per lui, dare un nome anche a quello che non gli piaceva.

Il concorso che finisce dopo la prima prova

Penso, per esempio, a un concorso con una prova scritta e una orale. Una persona supera lo scritto e pubblica il punteggio. Fa bene a essere contenta: ha studiato, ha affrontato una difficoltà, ha ottenuto un risultato. Non trovo nulla di sbagliato nel desiderio di condividere quella soddisfazione, purché sia chiaro che si tratta di una tappa e non del traguardo.

Poi arriva l’orale, le cose non vanno bene e il racconto si interrompe. Chi aveva partecipato all’entusiasmo rimane fermo alla notizia favorevole. Non sa se il concorso sia finito, se debba ancora concludersi o se quel primo risultato abbia aperto la strada a un successo definitivo. La persona non ha necessariamente detto una bugia; può però lasciare in piedi un’impressione che sa essere incompleta.

Se ho chiamato gli altri a seguire un percorso, a congratularsi e a fare il tifo, mi sembrerebbe corretto trovare, quando me la sento, anche poche parole per concluderlo: «Lo scritto era andato bene, l’orale no. Questa volta non ce l’ho fatta». Non devo pubblicare il voto, giustificarmi o consegnarmi ai commenti. Posso aggiungere che preferisco non parlarne oltre.

Naturalmente il silenzio, da solo, non dimostra vanità o malafede. Si può essere delusi, stanchi, feriti; si può avere bisogno di tempo. Il punto non è pretendere un aggiornamento immediato, ma domandarsi che rapporto vogliamo avere con chi ci ascolta: desideriamo condividere un’esperienza oppure raccogliere soltanto l’ammirazione che può procurarci?

La riservatezza non è una bugia

Qui sento il bisogno di mettere un confine. Dire che vorrei un racconto più sincero non significa affermare che, dopo aver aperto una finestra sulla propria vita, si debba lasciare spalancata tutta la casa. Nessuno acquista il diritto di entrare nelle nostre difficoltà perché una volta gli abbiamo mostrato una gioia.

Possiamo smettere di pubblicare, cambiare abitudini, proteggere un dolore. Possiamo rispondere: «È un periodo complicato, preferisco tenerlo per me». E possiamo anche non rispondere affatto a chi domanda senza delicatezza. Non tutto ciò che è vero deve diventare pubblico, e non tutto ciò che resta privato è una verità nascosta con intenzioni disoneste.

La differenza, ai miei occhi, sta nel non alimentare deliberatamente una conclusione sbagliata. Posso non voler raccontare un insuccesso; altra cosa è continuare a lasciarmi celebrare per un successo che non ho ottenuto. Posso non descrivere una difficoltà; altra cosa è offrirmi come esempio di una vita senza difficoltà, magari usando quell’immagine per giudicare chi invece le ammette.

Per questo non chiederei a nessuno un diario completo delle sconfitte. Chiederei piuttosto misura nelle vittorie, rispetto per la realtà e libertà di dire «non ne voglio parlare» senza sostituire il silenzio con una finzione. La discrezione protegge qualcosa che ci appartiene. La finzione cerca di governare quello che gli altri devono pensare di noi.

Gli amori non sono bollettini pubblici

Questa cautela mi sembra ancora più necessaria quando il racconto riguarda una coppia. Un profilo può essere pieno di fotografie felici con una persona e, dopo un intervallo, presentare una nuova relazione senza avere detto nulla della fine della precedente. A chi guarda può sembrare una successione di inizi bellissimi, senza separazioni, sofferenze o passaggi difficili.

Ma bisogna stare attenti anche alle conclusioni di chi osserva. Una fotografia con qualcuno che non conosciamo non dimostra, da sola, che sia cambiato il partner. E, anche quando una relazione è davvero finita, non sappiamo che cosa sia accaduto, chi ne abbia sofferto o quali ragioni consiglino il silenzio. Quello spazio vuoto non ci autorizza a riempirlo con il pettegolezzo.

Inoltre un amore non contiene soltanto la nostra vita. Contiene quella di un’altra persona, talvolta quella dei figli. Raccontare una separazione può esporre qualcuno che non ha scelto di essere raccontato. Nessuna esigenza di coerenza sui social viene prima di questo rispetto. Non vorrei mai trasformare la sincerità in un obbligo di spiegare al pubblico le ragioni di una rottura.

La mia domanda resta allora un’altra: perché sentiamo il bisogno di rendere pubblici tutti gli inizi, se poi i passaggi dolorosi richiedono giustamente protezione? Forse sarebbe più saggio custodire fin dall’inizio una parte maggiore di ciò che viviamo. Non per vergogna dell’amore, ma per non consegnarlo a una platea che potrebbe scambiare la nostra felicità condivisa per un abbonamento alla nostra intimità.

A chi stiamo raccontando la nostra vita?

Io continuo a sentirmi più vicino a una condivisione raccolta, rivolta alle persone con cui esiste un rapporto. Un amico può conoscere il significato di un risultato, ricordare la fatica che lo ha preceduto, capire anche una frase lasciata a metà. Non ha bisogno che ogni momento sia straordinario per continuare a volerci bene.

Non penso che raccontare qualcosa pubblicamente sia sempre sbagliato. Si possono condividere idee, esperienze utili, passioni e ricordi senza mettere in piazza ogni angolo della propria esistenza. Lo sto facendo anch’io, attraverso queste pagine. Per me la domanda è quale parte meriti di uscire dalla nostra cerchia e quale, invece, perda qualcosa quando viene offerta indistintamente a tutti.

Dire «lo mostro soltanto agli amici» è già una scelta di confine, ma vorrei che la parola amici significasse qualcosa di più di un elenco di contatti. E un pubblico ristretto non rende automaticamente giusto mostrare qualsiasi cosa: una confidenza di mio figlio, un momento fragile del partner, un’immagine imbarazzante di un’altra persona non diventano miei soltanto perché posso pubblicarli.

Avere un pubblico non significa avere qualcuno accanto. Possiamo ricevere molte congratulazioni e non sapere chi chiamare quando abbiamo paura. Non vorrei investire tutte le energie nel farmi vedere bene da persone lontane, trascurando quelle davanti alle quali potrei permettermi di stare male. Le prime conoscono ciò che mostro; le seconde possono aiutarmi a portare ciò che vivo.

Il costo di sembrare sempre vincenti

Un racconto composto soltanto di successi può diventare faticoso anche per chi lo costruisce. Se mi presento sempre sicuro, capace, desiderato e felice, ogni difficoltà rischia di sembrarmi non soltanto un problema da affrontare, ma una smentita della persona che ho promesso di essere. Alla delusione si aggiunge allora la fatica di non farla vedere.

E chi guarda può cadere nell’errore opposto: confrontare la propria giornata intera con pochi istanti scelti della giornata altrui. Conosce le proprie discussioni, i dubbi, le bollette, gli esami andati male. Dell’altro vede il brindisi. Da questo confronto può nascere una conclusione ingiusta: a tutti riesce di vivere, tranne che a me.

Non propongo di correggere questa distorsione mettendo in mostra il dolore. Anche la fragilità può diventare una rappresentazione, se viene preparata soltanto per ottenere attenzione. Preferirei un rapporto più semplice con la verità: festeggiare senza proclamarsi invincibili, tacere senza inventare, ammettere un limite quando è utile e cercare aiuto senza doverlo trasformare in un contenuto.

È qui che torno a quell’uomo e al suo asino morto. La partita andava male, e lui restava una persona capace di stare al tavolo e di parlare. Non doveva cancellare quello che era successo per continuare a esserci. Forse la vera alternativa all’esibizione non è raccontare più disgrazie. È smettere di pensare che una disgrazia, una delusione o una sconfitta ci rendano meno degni di compagnia.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

Figli miei, vorrei che tutti e tre sapeste essere felici dei vostri risultati senza diventare prigionieri dell’immagine di chi riesce sempre. Festeggiate un esame, un lavoro ottenuto, un progetto arrivato in fondo. Non abbiate paura della gioia. Ricordate però che il vostro valore non scompare quando arriva una notizia che non avete voglia di dare.

Non vi chiedo di raccontare le vostre difficoltà al mondo. Vi auguro, anzi, di saper scegliere a chi affidarle. Proteggete le cose delicate e le persone coinvolte; imparate a distinguere la vicinanza dalla curiosità. Ci sono momenti in cui poche parole dette alla persona giusta valgono più di una spiegazione offerta a centinaia di sconosciuti.

Se chiedete agli altri di accompagnarvi in un percorso, cercate di essere leali anche quando cambia direzione. Non serve esporre ogni dettaglio: a volte basta dire che non è andata come speravate. E se non ve la sentite, prendetevi il vostro tempo. Non continuate però a indossare una medaglia che sapete di non avere conquistato soltanto perché nessuno vi ha ancora chiesto come sia finita.

Vorrei anche che foste amici davanti ai quali gli altri non devono fingere. Non cercate le loro sconfitte per ridimensionarli, non pretendete spiegazioni e non scambiate una confidenza per qualcosa da riferire. Se una persona trova ascolto soltanto quando porta belle notizie, può imparare a nascondere tutto il resto. Fate in modo che accanto a voi non ne abbia bisogno.

Il mare può essere grande, e qualche volta l’asino può essere morto: in nessuno dei due casi smettiamo di essere noi. È questo che vorrei lasciarvi. La libertà di gioire senza recitare e di perdere senza scomparire. Non una vita da mostrare per forza a tutti, ma una vita che non abbia bisogno di essere falsificata per sentirsi degna di essere vissuta.

Papy